Ifigenia in Aulide di Euripide

Teatro dell'Efebo

15,00 

Ecco una versione strutturata del testo, organizzata per rendere la lettura fluida ed evidenziare i punti chiave della trama e l’analisi critica della regia.

Ifigenia in Aulide: Il Mito

Ifigenia è la sventurata figlia di Agamennone e di Clitennestra, coinvolta suo malgrado nelle vicende che preludono alla guerra di Troia.

  • L’antefatto: La flotta greca sta per salpare dal porto di Aulide sotto il comando di Agamennone, re di Argo, per vendicare l’affronto di Paride (il rapitore della bellissima Elena).

  • La collera di Artemide: La dea Artemide — in collera con Agamennone perché questi aveva ucciso una splendida cerva a lei cara nei boschi sacri — manda una bonaccia che impedisce alle navi di partire.

  • La richiesta del sacrificio: L’indovino Calcante annuncia che l’unico modo per placare la dea è sacrificare la giovane Ifigenia.

  • L’inganno: Con il pretesto di farla sposare con l’eroe Achille, Agamennone fa raggiungere la famiglia in Aulide. Spinto dai doveri di capo supremo, il re deve acconsentire al sacrificio della figlia.

  • Il finale: Inizialmente Ifigenia invoca pietà, ma poi accetta la sua sorte per il bene della Grecia. Proprio quando il colpo sta per consumarsi, Artemide salva la ragazza sostituendola con una cerva.

Note di Regia

Rappresentata postuma nel 399 a.C., Ifigenia in Aulide è l’ultima delle tragedie euripidee. Viene scritta in un periodo di profonda crisi della pòlis greca, a ridosso della disfatta di Atene contro Sparta.

1. La demitizzazione degli eroi e la crisi del sacro

Gli dèi di fatto non ci sono più e il tragico sembra franare. Gli eroi di Euripide sono uomini lacerati, deboli e mutevoli, dominati dalla ragione strumentale e dal discorso del potere:

  • Achille: Diventa un eroe demitizzato, quasi comico, incapace di corrispondere al suo stesso mito. Evita lo scontro fisico e si fa paladino della persuasione e del dialogo alla maniera dei sofisti.

  • L’indovino Calcante: Viene considerato dai protagonisti alla stregua di un volgare ciarlatano, un imbonitore funzionale solo a tenere a bada la massa.

  • Agamennone e Menelao: Il loro dialogo iniziale rivela due figure deboli e mediocri che si scambiano accuse dicendo, di fatto, la verità l’uno dell’altro.

Il conflitto di Agamennone (nella versione di Fabrizio Sinisi) Il re è trascinato dal motore della Storia e dall’impossibilità di conciliare l’essere re con l’essere padre. Oltre alle costrizioni oggettive, emerge la sua personale ambizione, sempre accompagnata dalla paura e dall’incapacità di agire.

2. Il trionfo di Ifigenia e l’Amor Fati

L’abbassamento di tutti i personaggi (compresa una Clitennestra lontanissima dalla donna implacabile dell’Orestìa di Eschilo) serve a innalzare la figura di Ifigenia.

Nata forte, la ragazza sceglie l’amor fati: accetta e vuole il proprio destino. Assumendo il punto di vista del padre e del maschile, Ifigenia non si piega per debolezza, ma si individualizza, esce dall’anonimato e diventa essa stessa un comandante, sollevando il padre amato dalla responsabilità del sacrificio.

3. Le scelte sceniche: Il gioco del velo

Nell’esodo (la parte finale), la regia ha scelto di non far raccontare la salvezza di Ifigenia da un semplice messaggero, ma di affidarla a una Straniera velata, interpretata dalla stessa attrice che interpreta Ifigenia.

  • L’effetto: Si crea un cortocircuito emotivo nel pubblico, che riconosce la voce ma non vede il volto.

  • Il significato: Rivela la natura puramente convenzionale del deus ex machina euripideo, riassunto dalle parole scettiche di Clitennestra nel finale:

    «Come non dire che queste sono solo favole senza fondamento per farmi smettere di piangere a lutto per te?»

Dalla Tragedia al Dramma Borghese

Poco importa se la giovane si sia salvata davvero: il tragico si è già pienamente compiuto. La sofferenza si sposta all’interno della coppia e della sfera privata, anticipando i meccanismi del dramma borghese moderno.

La tragedia si sfalda e si compie nel finale in cui Agamennone e Clitennestra, marito e moglie, restano faccia a faccia, completamente spogliati dei loro abiti tragici.

versione italiana di FABRIZIO SINISI

regia di ALESSANDRO MACHÌA

con

Agamennone | ANDREA TIDONA

Clitemnestra | ALESSANDRA FALLUCCHI

Menelao | PAOLO LORIMER

Achille | MASSIMO ODIERNA

Ifigenia | CAROLINA VECCHIA

Coro | VANESSA GUIDOLIN NICOLE MASTROIANNI LORENZA MOLINA CHIARA SCIÀ

Scene Katia Titolo | costumi Sara Bianchi | luci Giuseppe Filipponio | suono Giorgio Bertinelli

movimenti coreografici Fabrizio Federici | assistente alla regia Tommaso Garrè

foto e grafica Manuela Giusto | ufficio stampa Maya Amenduni

organizzazione Massimiliano Nicodemo

Produzione Compagnia Zerkalo

Categoria:

Descrizione

Ecco una versione strutturata del testo, organizzata per rendere la lettura fluida ed evidenziare i punti chiave della trama e l’analisi critica della regia.

Ifigenia in Aulide: Il Mito

Ifigenia è la sventurata figlia di Agamennone e di Clitennestra, coinvolta suo malgrado nelle vicende che preludono alla guerra di Troia.

  • L’antefatto: La flotta greca sta per salpare dal porto di Aulide sotto il comando di Agamennone, re di Argo, per vendicare l’affronto di Paride (il rapitore della bellissima Elena).

  • La collera di Artemide: La dea Artemide — in collera con Agamennone perché questi aveva ucciso una splendida cerva a lei cara nei boschi sacri — manda una bonaccia che impedisce alle navi di partire.

  • La richiesta del sacrificio: L’indovino Calcante annuncia che l’unico modo per placare la dea è sacrificare la giovane Ifigenia.

  • L’inganno: Con il pretesto di farla sposare con l’eroe Achille, Agamennone fa raggiungere la famiglia in Aulide. Spinto dai doveri di capo supremo, il re deve acconsentire al sacrificio della figlia.

  • Il finale: Inizialmente Ifigenia invoca pietà, ma poi accetta la sua sorte per il bene della Grecia. Proprio quando il colpo sta per consumarsi, Artemide salva la ragazza sostituendola con una cerva.

Note di Regia

Rappresentata postuma nel 399 a.C., Ifigenia in Aulide è l’ultima delle tragedie euripidee. Viene scritta in un periodo di profonda crisi della pòlis greca, a ridosso della disfatta di Atene contro Sparta.

1. La demitizzazione degli eroi e la crisi del sacro

Gli dèi di fatto non ci sono più e il tragico sembra franare. Gli eroi di Euripide sono uomini lacerati, deboli e mutevoli, dominati dalla ragione strumentale e dal discorso del potere:

  • Achille: Diventa un eroe demitizzato, quasi comico, incapace di corrispondere al suo stesso mito. Evita lo scontro fisico e si fa paladino della persuasione e del dialogo alla maniera dei sofisti.

  • L’indovino Calcante: Viene considerato dai protagonisti alla stregua di un volgare ciarlatano, un imbonitore funzionale solo a tenere a bada la massa.

  • Agamennone e Menelao: Il loro dialogo iniziale rivela due figure deboli e mediocri che si scambiano accuse dicendo, di fatto, la verità l’uno dell’altro.

Il conflitto di Agamennone (nella versione di Fabrizio Sinisi) Il re è trascinato dal motore della Storia e dall’impossibilità di conciliare l’essere re con l’essere padre. Oltre alle costrizioni oggettive, emerge la sua personale ambizione, sempre accompagnata dalla paura e dall’incapacità di agire.

2. Il trionfo di Ifigenia e l’Amor Fati

L’abbassamento di tutti i personaggi (compresa una Clitennestra lontanissima dalla donna implacabile dell’Orestìa di Eschilo) serve a innalzare la figura di Ifigenia.

Nata forte, la ragazza sceglie l’amor fati: accetta e vuole il proprio destino. Assumendo il punto di vista del padre e del maschile, Ifigenia non si piega per debolezza, ma si individualizza, esce dall’anonimato e diventa essa stessa un comandante, sollevando il padre amato dalla responsabilità del sacrificio.

3. Le scelte sceniche: Il gioco del velo

Nell’esodo (la parte finale), la regia ha scelto di non far raccontare la salvezza di Ifigenia da un semplice messaggero, ma di affidarla a una Straniera velata, interpretata dalla stessa attrice che interpreta Ifigenia.

  • L’effetto: Si crea un cortocircuito emotivo nel pubblico, che riconosce la voce ma non vede il volto.

  • Il significato: Rivela la natura puramente convenzionale del deus ex machina euripideo, riassunto dalle parole scettiche di Clitennestra nel finale:

    «Come non dire che queste sono solo favole senza fondamento per farmi smettere di piangere a lutto per te?»

Dalla Tragedia al Dramma Borghese

Poco importa se la giovane si sia salvata davvero: il tragico si è già pienamente compiuto. La sofferenza si sposta all’interno della coppia e della sfera privata, anticipando i meccanismi del dramma borghese moderno.

La tragedia si sfalda e si compie nel finale in cui Agamennone e Clitennestra, marito e moglie, restano faccia a faccia, completamente spogliati dei loro abiti tragici.

versione italiana di FABRIZIO SINISI

regia di ALESSANDRO MACHÌA

con

Agamennone | ANDREA TIDONA

Clitemnestra | ALESSANDRA FALLUCCHI

Menelao | PAOLO LORIMER

Achille | MASSIMO ODIERNA

Ifigenia | CAROLINA VECCHIA

Coro | VANESSA GUIDOLIN NICOLE MASTROIANNI LORENZA MOLINA CHIARA SCIÀ

Scene Katia Titolo | costumi Sara Bianchi | luci Giuseppe Filipponio | suono Giorgio Bertinelli

movimenti coreografici Fabrizio Federici | assistente alla regia Tommaso Garrè

foto e grafica Manuela Giusto | ufficio stampa Maya Amenduni

organizzazione Massimiliano Nicodemo

Produzione Compagnia Zerkalo